Nell’immaginario collettivo la pensione è quel momento della vita in cui finalmente possiamo viverci il nostro tempo senza orari prestabiliti, carichi di lavoro e di responsabilità. Spesso viene vissuta come il traguardo da raggiungere dopo una vita trascorsa a lavorare per goderci la libertà che ci è mancata, il tempo che non abbiamo mai avuto, le relazioni che abbiamo sempre messo da parte. Ma non è sempre così!

La Pensione è Libertà?

Ma allora perché sempre più spesso questa nuova fase del ciclo di vita sfocia in una sindrome depressiva?

Numerosi studi hanno messo in correlazione l’insorgere di una depressione reattiva (una depressione, cioè, causata da un evento esterno a forte impatto emotivo come un lutto, una separazione, una malattia, etc.) al pensionamento; è un dato di fatto che inizialmente si può vivere un momento di libertà e spensieratezza, ma successivamente possono presentarsi senso di vuoto e di inutilità, angoscia, ansia, irritabilità, insonnia, etc.

Mi sento vuoto ed inutile

Ciò avviene principalmente in coloro i quali, a causa degli impegni lavorativi, hanno messo da parte qualunque altro interesse, hobby, passione. Nel momento in cui il loro tempo non è più scandito dagli orari lavorativi sentono un vuoto che li attanaglia e non sanno più come riempirlo.

In più per molte persone il lavoro rappresenta il modo in cui essi si rendono utili agli altri, sia nell’ambito lavorativo stesso (pensiamo ad esempio ai medici, infermieri, e in genere a tutte le professioni di aiuto) sia alla propria famiglia, nei termini del sostentamento e della cura. Non lavorando più, questa sensazione di essere utili agli altri viene meno e difficilmente riesce ad essere ristabilita.

La famiglia: un sistema che deve trovare un nuovo equilibrio

Infine, un elemento da non sottovalutare è anche il nuovo equilibrio familiare che si viene a creare. Delle coppie che condividevano poco del loro tempo, a causa del lavoro, adesso trascorrono tutta la giornata insieme e devono trovare un nuovo equilibrio perché il vecchio non è più sostenibile, il che non è né semplice né immediato.

La Sindrome della pensione del marito

A tal proposito, negli ultimi anni, grazie anche ad una ricerca effettuata dall’Università di Padova, si è visto come la pensione possa avere una ricaduta depressiva non solo sull’ex lavoratore ma anche sulla moglie. Ci sono molte donne, sia casalinghe che lavoratrici, che subito dopo il pensionamento del marito sviluppano ansia, depressione, insonnia, irrequietezza. Il loro mondo si modifica, i loro ritmi, la gestione del tempo, di alcuni legami familiari e di amicizia, tutto cambia e l’adattamento spesso risulta difficile se non impossibile.

Cosa fare?

Il consiglio è quello di riscoprire vecchi interessi, passioni, hobbies tralasciati per la mancanza di tempo e dedicarsi ad essi. Molte volte le persone in pensione finalmente possono permettersi un animale da compagnia e i benefici della compagnia di un cane, per esempio, sono scientificamente provati. Ci sono anche le cosiddette Università della Terza Età, che permettono di dedicarsi all’apprendimento e alla cultura. In più, spesso i figli hanno bisogno dell’aiuto dei genitori nella loro funzione di nonni, e il dedicarsi ai nipoti facilita nuovamente il vissuto di utilità e diminuisce la sensazione di vuoto.

Quando rivolgersi allo psicologo o allo psicoterapeuta?

Ci sono dei casi, però, in cui tutti i consigli precedentemente elencati non riescono a sortire alcun effetto perché la mancanza di interesse, la sofferenza, i sintomi somatici (insonnia, agitazione, palpitazioni, spossatezza, etc.) sono così gravi da colpire ogni ambito della persona e della vita quotidiana. Un intervento psicologico o in alcuni casi anche psicoterapeutico è importante per aiutare la persona innanzitutto a prendere consapevolezza del problema con un ascolto orientato alla sua sofferenza e alla sua soggettività, in modo poi da riuscire a cavarsela in maniera differente, a trovare nuove soluzioni che, senza questo aiuto, non potrebbero essere nemmeno pensate o immaginate.

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